Si! lo so!
Sono stato parecchio assente. Purtroppo tra gli impegni di lavoro, la pubblicazione del mio primo romanzo e la scrittura del secondo (degno seguito del primo), ho avuto le giornate un pò piene. Finalmente riprendo a scrivere.
Scrivo per avvertirvi che dai primi di maggio sarà disponibile nelle librerie IL VIAGGIO DI RAIMONDO, il mio romanzo. Non so se lo troverete sugli scaffali, comunque non vi preoccupate potete sempre ordinarlo. Per qualsiasi problema non esitate a contattarmi.
P.S. cliccate sul titolo del post!!!
lunedì 28 aprile 2008
martedì 22 gennaio 2008
Il primo inverno di Magdeline
Di Fabio Bertinetti
Tre
....Rimase fuori del negozio, solo alcuni minuti, quando una moto salì sul marciapiede e le si avvicinò. Era Giuseppe il suo datore di lavoro. Si tolse il casco, si pettinò i capelli e sfoderò un sorriso sincero.
-Ciao Magdeline come stai? E’ andato bene il tragitto in Metro?-
-Tutto bene grazie, solo un po’ di freddo. Sai, non ci sono molto abituata-
Giuseppe si attardava ad alzare la saracinesca. Era lì e guardava Magdeline con aria rapita. Ne osservava la pelle mulatta e gli occhi neri e profondi. Ne ammirava i capelli corvini e la bocca carnosa. Magdeline aveva visto tante altre volte quello sguardo posarsi su di se, e sapeva perfettamente che lui l’aveva desiderata ardentemente dal primo momento in cui l’aveva vista.
L’appuntamento con Adilec era al Parque Céspedes, di fronte alla cattedrale. Mauro era partito da un paio di mesi, ma i soldi continuava ad inviarli. Era bellissimo per Magdeline sentirsi padrona nella propria città. Padrona di uscire con le amiche, sedersi al tavolino di un bar e consumare un aperitivo, o una bottiglia di cerveza Cristal senza rendere conto a nessuno. Senza dover per forza essere accompagnata da uno straniero che le offrisse quei momenti di libertà. Anche la sua amica Adilec aveva qualcosa da raccontarle,e forse si trattava della stessa bella notizia che aveva lei: era in attesa dell’invitacion, l’invito ufficiale presentato al ministero degli esteri Italiano per permettergli di passare tre mesi in quel paese. Adilec arrivò con alcuni minuti di ritardo e quando si incontrarono le due amiche si sorrisero e si abbracciarono. Salirono le scalinate del bar e si sedettero sulla terrazza che guardava verso il parco e la cattedrale. Adilec ordinò una Cristal, mentre Magdeline preferì consumare una birra più forte:
-Una Bucanero por favor- disse al cameriere con l’aria della donna vissuta. Parlarono a lungo le due ragazze e appresero di essere entrambe in attesa delle formalità burocratiche e del pagamento della cauzione che Mauro e Luigi avrebbero dovuto versare. Non sarebbero andate in città vicine, ma forse il periodo di partenza era lo stesso e con un po’ di fortuna avrebbero potuto incontrarsi anche in Italia. Il pomeriggio era caldo e assolato e in compagnia di un’amica come Adilec, il tempo sembrava non finire mai. Le birre divennero due e poi quattro, e ogni volta il cameriere chiedeva i soldi per la consumazione appena servita. Magdeline con estrema naturalezza estraeva i dollari dalla borsa e li porgeva al cameriere, il tutto senza smettere di parlare e continuando a guardare la propria amica. Il movimento di denaro non passò inosservato ad un poliziotto seduto poco lontano. Magdeline sapeva che a Cuba c’è un poliziotto in ogni bar o in ogni albergo, e sapeva anche che le ragazze trovate in possesso di dollari, rischiavano di essere arrestate per prostituzione, ma si lasciò trasportare dalla gioia e si lasciò fuorviare dalla tolleranza che il regime sembrava mostrare da qualche mese. Fu come una doccia gelata quando il poliziotto si avvicinò e chiese ad entrambi i documenti.
-El carnet!- Disse laconico il poliziotto, ed entrambe fornirono i documenti
-Che succede?- chiese Magdeline, mentre la sua Amica era zittita dalla paura
-Succede che voi non potete stare qui – Disse il poliziotto
-E perché no? Ci sono stata altre volte qui!-
-Oggi non potete!-
-E mi deve spiegare il perchè- rispose ancora la più intraprendente delle due
-Io non ti devo spiegare nulla. Tu non puoi stare qui e non puoi avere tutti quei soldi. Puttana!-
-I soldi me li manda il mio fidanzato dall’Italia perché ho ricevuto un invito. E anche la mia amica-
-Allora fatemi vedere gli inviti-
-Non ce li abbiamo qui, mica dobbiamo portarli appresso--E allora venite con me!- Nel dire ciò il poliziotto afferrò il braccio di Adilec mentre altri due suoi colleghi che erano giunti nel frattempo, si avvicinarono a Magdeline. Adilec fece resitenza e il poliziotto ci mise tutta la sua forza per portarla con se. Adilec gridò di dolore nel sentire la morsa di quell’omone stringergli il polso. Magdeline non si rese conto che altri poliziotti le si stavano avvicinando. Prese la bottiglia di Bucanero e colpì violentemente il poliziotto. Il colpo fù inaspettato e preciso. La bottiglia si spaccò sul viso del poliziotto, che cadde a terra sanguinante. In breve Mgdeline si trovò sbattuta a terra dagli altri due sbirri mentre Adilec scoppiò a piangere.
Tre
....Rimase fuori del negozio, solo alcuni minuti, quando una moto salì sul marciapiede e le si avvicinò. Era Giuseppe il suo datore di lavoro. Si tolse il casco, si pettinò i capelli e sfoderò un sorriso sincero.
-Ciao Magdeline come stai? E’ andato bene il tragitto in Metro?-
-Tutto bene grazie, solo un po’ di freddo. Sai, non ci sono molto abituata-
Giuseppe si attardava ad alzare la saracinesca. Era lì e guardava Magdeline con aria rapita. Ne osservava la pelle mulatta e gli occhi neri e profondi. Ne ammirava i capelli corvini e la bocca carnosa. Magdeline aveva visto tante altre volte quello sguardo posarsi su di se, e sapeva perfettamente che lui l’aveva desiderata ardentemente dal primo momento in cui l’aveva vista.
L’appuntamento con Adilec era al Parque Céspedes, di fronte alla cattedrale. Mauro era partito da un paio di mesi, ma i soldi continuava ad inviarli. Era bellissimo per Magdeline sentirsi padrona nella propria città. Padrona di uscire con le amiche, sedersi al tavolino di un bar e consumare un aperitivo, o una bottiglia di cerveza Cristal senza rendere conto a nessuno. Senza dover per forza essere accompagnata da uno straniero che le offrisse quei momenti di libertà. Anche la sua amica Adilec aveva qualcosa da raccontarle,e forse si trattava della stessa bella notizia che aveva lei: era in attesa dell’invitacion, l’invito ufficiale presentato al ministero degli esteri Italiano per permettergli di passare tre mesi in quel paese. Adilec arrivò con alcuni minuti di ritardo e quando si incontrarono le due amiche si sorrisero e si abbracciarono. Salirono le scalinate del bar e si sedettero sulla terrazza che guardava verso il parco e la cattedrale. Adilec ordinò una Cristal, mentre Magdeline preferì consumare una birra più forte:
-Una Bucanero por favor- disse al cameriere con l’aria della donna vissuta. Parlarono a lungo le due ragazze e appresero di essere entrambe in attesa delle formalità burocratiche e del pagamento della cauzione che Mauro e Luigi avrebbero dovuto versare. Non sarebbero andate in città vicine, ma forse il periodo di partenza era lo stesso e con un po’ di fortuna avrebbero potuto incontrarsi anche in Italia. Il pomeriggio era caldo e assolato e in compagnia di un’amica come Adilec, il tempo sembrava non finire mai. Le birre divennero due e poi quattro, e ogni volta il cameriere chiedeva i soldi per la consumazione appena servita. Magdeline con estrema naturalezza estraeva i dollari dalla borsa e li porgeva al cameriere, il tutto senza smettere di parlare e continuando a guardare la propria amica. Il movimento di denaro non passò inosservato ad un poliziotto seduto poco lontano. Magdeline sapeva che a Cuba c’è un poliziotto in ogni bar o in ogni albergo, e sapeva anche che le ragazze trovate in possesso di dollari, rischiavano di essere arrestate per prostituzione, ma si lasciò trasportare dalla gioia e si lasciò fuorviare dalla tolleranza che il regime sembrava mostrare da qualche mese. Fu come una doccia gelata quando il poliziotto si avvicinò e chiese ad entrambi i documenti.
-El carnet!- Disse laconico il poliziotto, ed entrambe fornirono i documenti
-Che succede?- chiese Magdeline, mentre la sua Amica era zittita dalla paura
-Succede che voi non potete stare qui – Disse il poliziotto
-E perché no? Ci sono stata altre volte qui!-
-Oggi non potete!-
-E mi deve spiegare il perchè- rispose ancora la più intraprendente delle due
-Io non ti devo spiegare nulla. Tu non puoi stare qui e non puoi avere tutti quei soldi. Puttana!-
-I soldi me li manda il mio fidanzato dall’Italia perché ho ricevuto un invito. E anche la mia amica-
-Allora fatemi vedere gli inviti-
-Non ce li abbiamo qui, mica dobbiamo portarli appresso--E allora venite con me!- Nel dire ciò il poliziotto afferrò il braccio di Adilec mentre altri due suoi colleghi che erano giunti nel frattempo, si avvicinarono a Magdeline. Adilec fece resitenza e il poliziotto ci mise tutta la sua forza per portarla con se. Adilec gridò di dolore nel sentire la morsa di quell’omone stringergli il polso. Magdeline non si rese conto che altri poliziotti le si stavano avvicinando. Prese la bottiglia di Bucanero e colpì violentemente il poliziotto. Il colpo fù inaspettato e preciso. La bottiglia si spaccò sul viso del poliziotto, che cadde a terra sanguinante. In breve Mgdeline si trovò sbattuta a terra dagli altri due sbirri mentre Adilec scoppiò a piangere.
lunedì 7 gennaio 2008
Il primo inverno di Magdeline
Di Fabio Bertinetti
Due
.......Arrivò alla fermata e scese dalla metro seguendo il fiume di gente che si recava al lavoro. Appena in strada venne investita da un vento gelido che, come uno schiaffo, la scosse dal torpore della mattina. Aveva vissuto altri Dicembre la bella Magdeline ma questo era il suo primo inverno.
La macchina rossa percorreva ad alta velocità il tragitto che separava Santiago de Cuba da El Cobre. Bisognava affrettarsi per evitare di giungere oltre l’orario di chiusura. Junior guidava con perizia riuscendo a tenere alta la concentrazione, Marco era un po’ teso ed ogni volta che si incrociava un’altra vettura sulla stretta strada sterrata, si irrigidiva sul sedile tenendosi ben saldo alla maniglia sopra lo sportello. Come tutti gli Italiani lo fregava la presunzione di essere dannatamente bravo al volante, e il pensiero che un Cubano stesse guidando ad alta velocità su una strada da schifo gli provocava un po’ di paura e un po’ di invidia. L’aria era tesa dentro la vettura e nessuno condivideva le proprie preoccupazioni. Magdeline continuava ad incoraggiare Junior a premere l’accelleratore; era importantissimo che si arrivasse in tempo al santuario. Il guidatore era abbastanza impegnato con la strada da non avere altri pensieri, se non il fastidio di Maye che continuava ad urlare. Marco non capiva molto di quello che stesse succedendo, ed oltre alla guida sportiva di Junior, era l’inconsapevolezza a renderlo nervoso. La zia Luisa, infine ,era silente dall’uscita della chiesa e la sua era più un’espressione preoccupata che non emozionata. La mattinata era passata tranquilla e fino al momento in cui non si presentò alla Consultoria Juridica con il vestito da sposa, Magdeline non si sentiva per nulla emozionata. D’improvviso davanti al portone i mesi di tensione e le vicissitudini passate fecero sentire il loro peso portandola ad uno stato di agitazione che perdurò per tutta la cerimonia. Ancora pochi minuti e sarebbe finito tutto. Junior si era infilato tra i banchi di legno che vendevano i souvenirs della Virgen e il monastero era ormai apparso a pochi metri di distanza. Non si parcheggiò neppure. Le portiere dell’auto sembrarono esplodere e Magdeline fu la prima ad uscire, nonostante l’ingombro del velo, seguita dalla zia e da tutti gli altri. La scalinata di pietra bianca venne percorsa in un sorso, poi all’entrata la custode nicchiò alquanto data l’ora di chiusura che si avvicinava.
-“Dobbiamo solo consegnare questo alla Virgen” disse Magdeline mostrando il bouquet da sposa. Marco, che ormai aveva capito il meccanismo, allungo due dollari e tutto si risolse.
Arrivò in anticipo davanti al negozio. Era il suo primo giorno di lavoro e non avrebbe fatto tardi per nessun motivo. La tensione per l’evento le portò alla mente la corsa pazza e frenetica fatta a Cuba per portare il bouquet da sposa alla Virgen de la Caridad di El Cobre patrona dell’isola. Era poco più che una ragazzina quando fece il voto di tale dono se, un giorno si fosse sposata con uno straniero. Il desiderio si era avverato proprio quando tutto sembrava perduto e ora si trovava in una città grande e piena di opportunità per vivere dignitosamente. Al freddo però doveva ancora abituarsi....
giovedì 3 gennaio 2008
Il primo inverno di Magdeline
di Fabio Bertinetti
Uno
Il sussulto ritmato prodotto dai binari della ferrovia, aveva per Magdeline un’ effetto rilassante, quasi soporifero. Il fatto che il viaggio da Termini ad Ottaviano durasse si e no 5 minuti le impediva di addormentarsi. Era riuscita a trovare un posto a sedere, bene raro e prezioso nei vagoni della metro in ora di punta, e per una volta avrebbe sperato che il tragitto potesse essere più lungo del solito. Chiuse gli occhi e tentò quanto meno di sognare.
La spiaggia non ricordava neppure come si chiamasse, però non era la prima volta che riusciva a convincere il suo “fidanzato” di turno a farsi accompagnare. Le ricordava i giorni felici dell’infanzia, quando con una carissima zia passò dei bellissimi giorni di vacanza a Baracoa. Forse era stata la sua prima vacanza e certamente era stata anche l’ultima. La zia Luisa non era così ricca da portarla in un’altra città per una settimana, aveva solo preso al volo l’occasione. Dovendo accudire una delle sue sorelle aveva scelto la piccola Magdeline orfana di madre e, sostanzialmente, anche di padre, per regalarle dei ricordi che sarebbero rimasti indelebili. La ragazza Magdeline, quindi, approfittava dei suoi fidanzati temporanei per farsi portare alcuni giorni in quella piccola città dove ancora vi è una statua di Cristoforo Colombo e dove venne fondata la prima colonia Spagnola in Cuba nel 1498. Aveva più di cinquecento anni la piccola cittadina e ancora conservava il suo sapore antico e coloniale. Il suo ragazzo rimase allibito dallo spettacolo che vide una volta giunto in spiaggia. Sabbia bianca e fine che sembrava sale, mare azzurro e cristallino e solitudine per chilometri quadrati. Rimasero tutta la mattina e tutto il pomeriggio sdraiati sulla sabbia a parlare e raccontarsi progetti di vita. Non era convinta che Mauro dicesse la verità, in fin dei conti quanti altri uomini l’avevano illusa? Non era assolutamente certa che sarebbe venuta in Italia. Gli stranieri erano persone simpatiche, generose ma decisamente strane. Non riuscivano a pensare se non con il loro metro, con i loro punti di vista. Sapevano tutti che a Cuba c’era la fame e la povertà, però nelle piccole cose tendevano a dimenticarlo. Magdeline ricordava ancora di quella volta che, mentre era al ristorante con un’ altro dei suoi fidanzati Italiani, diede da mangiare un coscio di pollo ad un cane magrissimo e con gli occhi tristi di fame e dolore. Si sentì felice di condividere quel pezzo di benessere con quella bestia, ma il suo ragazzo le disse:
-Ma che sei matta?-
-Matta? E di che? Se ti da fastidio che do da mangiare al cane te lo pago io il coscio di pollo. Ho ancora i soldi che mi hai dato ieri-
-Ma no! Che dici Maye! È solo che al cane fa male il pollo-
-Fa male il pollo? Estas loco?-
-Gli fanno male le ossa del pollo, los Huesos del Pollo. Rischiano di andargli di traverso. Va Estrangularse, si strozza!-
-Mi amor!- Disse Magdeline sporgendosi sul tavolo e guardando il ragazzo negli occhi
-Sabes que este perro si no muere de pollo, muere de ambre¹-
Il ragazzo rimase in silenzio. Magdeline non riusciva a capire come mai per quanto simpatici, intelligenti e di cultura, gli Italiani non riuscissero ad elaborare simili processi mentali... (SEGUE)
¹ “Sappi che questo cane se non muore di pollo, muore di fame”
domenica 23 dicembre 2007
Nerone e la vigilia di Natale
di Dario Temperino
Ciò che subito colpisce un ufficiale italiano che visita un reggimento inglese è la ossessiva presenza dei cani. Cani di tutte le taglie, dalle razze più pregiate, fino a quelli incrociati con i binari del treno. Te li trovi dovunque con sempre appeso, dall'altra parte del collare un capitano, un maggiore, un colonnello. E quello che forse più lascia perplesso un ufficiale di cavalleria è trovarseli tutti al circolo tra una poltrona e un tavolo o su un tappeto antico, ignorandosi per lo più l'un l'altro, con quell'aria annoiata propria di un inglese di... razza.
Anche in Italia, si sa, le caserme sono piene di cani, ma contro di essi l'ufficialità combatte: li si rinchiude al canile, li si deporta in... altre caserme. Ebbene, per Nerone è stato diverso; si era presentato un giorno nel comprensorio militare di L…. per essere subito adottato dai cavalleggeri di quel 1° squadrone esplorante che allevavano già due oche, sei gallinelle americane e una capretta.
Al nuovo comandante di squadrone piacque Nerone perché era veramente bello: aveva un pelo nero, lanuginoso e folto, un muso appuntito, per occhi due tizzoni intelligenti e una dentatura da far paura a un lupo. Così lo adottò dandogli il proprio nome e tanto di medaglietta comunale al collare rosso, facendolo vaccinare e assicurandolo... non si sa mai. Di grossa taglia, correva come una saetta se lanciavi un sasso o un bastone, finché un giorno, nell'attraversare un ponticello di assi sconnesse, si ferì alla zampa anteriore destra, lacerandosi carni e tendini fino all'osso. Rimase zoppo, ma era sempre lui, l'anziano del 1° squadrone, del quale dominava il territorio.
Accompagnava dovunque il reparto e finché c'erano gli M47(1), il suo posto era nella botola del 2° pilota del comandante di plotone, con casco regolamentare sulle orecchie e zampe anteriori appoggiate ai bordi. Mai stato al guinzaglio, non è mai entrato in una cucina o a refettorio, ma non aveva mai saltato una guardia, sicché la sentinella del 1° squadrone aveva sempre trovato in lui un compagno nelle lunghe veglie e un sicuro baluardo a ‘sorprese’ di qualsiasi genere.
Come il suo capitano non amava gli estranei; segretamente geloso dei cavalli degli ufficiali (oche e galline le aveva già divorate, una alla volta), nel reggimento c'era un ufficiale che amava raccontare come Nerone lo avesse "preso per un braccio" e portato fuori dalle camerate del reparto, una mattina che lui, capitano d'ispezione, aveva voluto assistere alle operazioni connesse con la sveglia del personale.
Ma la sua antipatia era rivolta in modo più evidente al comandante di reggimento. Lo ignorava con un’ostentazione che aveva dell’insulto. Lui che era pronto, con più o meno entusiasmo, a farsi grattare il pelo dai cavalleggeri d’ogni ordine e grado, non rispondeva al richiamo del colonnello neppure se questi si piegava sui talloni e allungava la mano. Quando quello gli si accostava, se accucciato, si alzava allontanandosi dalla parte opposta con quel suo passo, tra il claudicante e l’indolente, che lo caratterizzava nei giorni in cui si faceva prendere dalla più mortale delle noie.
Col tempo attorno a lui nacquero altre leggende d’ogni tipo: si favoleggiava della sua forza, del suo appetito, delle sue prestazioni... amorose, laddove i cani dei diversi reparti avevano dovuto sempre lasciargli lo ‘ius primae noctis’ sulle cagnette di passaggio. Un brutto giorno arrivò l'ordine di ‘deportare’ tutti i cani dal comprensorio, Nerone compreso. A nulla valsero le proteste del tenente di destra(2) (il capitano era in licenza) e dei cavalleggeri, così gli uomini del canile municipale conobbero i suoi denti ma, alla fine, mestiere e cappi ebbero la meglio.
Quella stessa notte, però, una macchina si accostava alla recinzione e tre ombre strisciavano attraverso il buco dietro le scuderie: due grandi e furtive, la terza più piccola e rumorosa che spiccava salti inverosimili. La mattina successiva, dopo la cerimonia dell’alzabandiera, un capitano (rientrato precipitosamente dalla licenza) più impettito che mai alla testa del suo squadrone sfilò in parata davanti al colonnello(3) lui in testa e Nerone che sovrintendeva all’allineamento delle righe.
Nerone continuò a vivere col 1° squadrone anche dopo che il suo vecchio capitano aveva assunto un altro comando, perché quello era il suo reparto ed il suo territorio. Trascorsero gli anni e nell’immaginario dei cavalleggeri, nonché sulla sua scheda personale con tanto di fotografia, Nerone era passato caporale e anche caporal maggiore, nonostante l'ufficio ‘barbe finte’(4) avesse sempre negato il nulla osta di rito, per carenza di informazioni sui suoi trascorsi.
Una mattina, era la vigilia di Natale, non si presentò all'alzabandiera. I cavalleggeri cercarono invano per ogni dove e anche un’esercitazione di rastrellamento improvvisata ad hoc rimase senza esito. Nerone se n'era andato così come era arrivato, senza chiedere permesso e senza far rumore. Appesantito nella figura e con qualche pelo bianco nel suo folto mantello, nell'atmosfera di quei giorni che rendono più vive le malinconie, forse non era riuscito a comprendere perché sul carro non potesse più esserci posto per lui(5) e poi... questa cavalleria senza esploratori(6)!
Note:(1) M/47, carro armato medio di cui era dotato lo squadrone.(2) Tenente di destra, in cavalleria vice comandante di squadrone. (3) Tutte le mattine, dopo l’alzabandiera, gli squadroni passavano in ordine chiuso, sfilando davanti al colonnello comandante. Era un modo di tenere addestrati formalmente i reparti. (4) Barbe finte, gergo militare col quale venivano indicati gli addetti alla sicurezza. (5) Sui nuovi carri armati Leopard, che avevano sostituito gli M47, non c’era la botola del 2° pilota. (6) Un’infausta direttiva, cancellata dieci anni dopo, aveva abolito i reparti esploranti e l’esplorazione è la principale attività della cavalleria.
di Dario Temperino
Ciò che subito colpisce un ufficiale italiano che visita un reggimento inglese è la ossessiva presenza dei cani. Cani di tutte le taglie, dalle razze più pregiate, fino a quelli incrociati con i binari del treno. Te li trovi dovunque con sempre appeso, dall'altra parte del collare un capitano, un maggiore, un colonnello. E quello che forse più lascia perplesso un ufficiale di cavalleria è trovarseli tutti al circolo tra una poltrona e un tavolo o su un tappeto antico, ignorandosi per lo più l'un l'altro, con quell'aria annoiata propria di un inglese di... razza.
Anche in Italia, si sa, le caserme sono piene di cani, ma contro di essi l'ufficialità combatte: li si rinchiude al canile, li si deporta in... altre caserme. Ebbene, per Nerone è stato diverso; si era presentato un giorno nel comprensorio militare di L…. per essere subito adottato dai cavalleggeri di quel 1° squadrone esplorante che allevavano già due oche, sei gallinelle americane e una capretta.
Al nuovo comandante di squadrone piacque Nerone perché era veramente bello: aveva un pelo nero, lanuginoso e folto, un muso appuntito, per occhi due tizzoni intelligenti e una dentatura da far paura a un lupo. Così lo adottò dandogli il proprio nome e tanto di medaglietta comunale al collare rosso, facendolo vaccinare e assicurandolo... non si sa mai. Di grossa taglia, correva come una saetta se lanciavi un sasso o un bastone, finché un giorno, nell'attraversare un ponticello di assi sconnesse, si ferì alla zampa anteriore destra, lacerandosi carni e tendini fino all'osso. Rimase zoppo, ma era sempre lui, l'anziano del 1° squadrone, del quale dominava il territorio.
Accompagnava dovunque il reparto e finché c'erano gli M47(1), il suo posto era nella botola del 2° pilota del comandante di plotone, con casco regolamentare sulle orecchie e zampe anteriori appoggiate ai bordi. Mai stato al guinzaglio, non è mai entrato in una cucina o a refettorio, ma non aveva mai saltato una guardia, sicché la sentinella del 1° squadrone aveva sempre trovato in lui un compagno nelle lunghe veglie e un sicuro baluardo a ‘sorprese’ di qualsiasi genere.
Come il suo capitano non amava gli estranei; segretamente geloso dei cavalli degli ufficiali (oche e galline le aveva già divorate, una alla volta), nel reggimento c'era un ufficiale che amava raccontare come Nerone lo avesse "preso per un braccio" e portato fuori dalle camerate del reparto, una mattina che lui, capitano d'ispezione, aveva voluto assistere alle operazioni connesse con la sveglia del personale.
Ma la sua antipatia era rivolta in modo più evidente al comandante di reggimento. Lo ignorava con un’ostentazione che aveva dell’insulto. Lui che era pronto, con più o meno entusiasmo, a farsi grattare il pelo dai cavalleggeri d’ogni ordine e grado, non rispondeva al richiamo del colonnello neppure se questi si piegava sui talloni e allungava la mano. Quando quello gli si accostava, se accucciato, si alzava allontanandosi dalla parte opposta con quel suo passo, tra il claudicante e l’indolente, che lo caratterizzava nei giorni in cui si faceva prendere dalla più mortale delle noie.
Col tempo attorno a lui nacquero altre leggende d’ogni tipo: si favoleggiava della sua forza, del suo appetito, delle sue prestazioni... amorose, laddove i cani dei diversi reparti avevano dovuto sempre lasciargli lo ‘ius primae noctis’ sulle cagnette di passaggio. Un brutto giorno arrivò l'ordine di ‘deportare’ tutti i cani dal comprensorio, Nerone compreso. A nulla valsero le proteste del tenente di destra(2) (il capitano era in licenza) e dei cavalleggeri, così gli uomini del canile municipale conobbero i suoi denti ma, alla fine, mestiere e cappi ebbero la meglio.
Quella stessa notte, però, una macchina si accostava alla recinzione e tre ombre strisciavano attraverso il buco dietro le scuderie: due grandi e furtive, la terza più piccola e rumorosa che spiccava salti inverosimili. La mattina successiva, dopo la cerimonia dell’alzabandiera, un capitano (rientrato precipitosamente dalla licenza) più impettito che mai alla testa del suo squadrone sfilò in parata davanti al colonnello(3) lui in testa e Nerone che sovrintendeva all’allineamento delle righe.
Nerone continuò a vivere col 1° squadrone anche dopo che il suo vecchio capitano aveva assunto un altro comando, perché quello era il suo reparto ed il suo territorio. Trascorsero gli anni e nell’immaginario dei cavalleggeri, nonché sulla sua scheda personale con tanto di fotografia, Nerone era passato caporale e anche caporal maggiore, nonostante l'ufficio ‘barbe finte’(4) avesse sempre negato il nulla osta di rito, per carenza di informazioni sui suoi trascorsi.
Una mattina, era la vigilia di Natale, non si presentò all'alzabandiera. I cavalleggeri cercarono invano per ogni dove e anche un’esercitazione di rastrellamento improvvisata ad hoc rimase senza esito. Nerone se n'era andato così come era arrivato, senza chiedere permesso e senza far rumore. Appesantito nella figura e con qualche pelo bianco nel suo folto mantello, nell'atmosfera di quei giorni che rendono più vive le malinconie, forse non era riuscito a comprendere perché sul carro non potesse più esserci posto per lui(5) e poi... questa cavalleria senza esploratori(6)!
Note:(1) M/47, carro armato medio di cui era dotato lo squadrone.(2) Tenente di destra, in cavalleria vice comandante di squadrone. (3) Tutte le mattine, dopo l’alzabandiera, gli squadroni passavano in ordine chiuso, sfilando davanti al colonnello comandante. Era un modo di tenere addestrati formalmente i reparti. (4) Barbe finte, gergo militare col quale venivano indicati gli addetti alla sicurezza. (5) Sui nuovi carri armati Leopard, che avevano sostituito gli M47, non c’era la botola del 2° pilota. (6) Un’infausta direttiva, cancellata dieci anni dopo, aveva abolito i reparti esploranti e l’esplorazione è la principale attività della cavalleria.
martedì 18 dicembre 2007
I fantasmi del passato
di Fabio Bertinetti
Il citofono trillò e dalla cornetta uscì il suono di una voce familiare:
-Luca! sono Diego. Posso venire da te?-
L’uomo che era all’altro capo dell’apparecchio non rispose, schiacciò il pulsante e il portone si aprì.
-Ciao Diego- disse l’uomo in tuta e con la barba lunga da giorni, affacciandosi dall’uscio del suo appartamento al piano terra.
-Ciao Luca. Come stai?- rispose l’uomo che entrava sfoderando il suo sorriso da uomo vincente.
-Entra!- rispose l'altro. Quindi la porta si richiuse alle loro spalle.
-Ti trovo bene Luca. Sono contento che tu mi abbia fatto entrare- disse Diego togliendosi il suo cappotto elegante e lasciando trasparire un costoso completo antrace.
-Mi fa sempre piacere ricevere visite. Non mi aspettavo fossi tu, ma ho piacere lo stesso- disse Luca con convinzione
-Dici davvero?- Rispose Diego
L'altro rimase in silenzio, poi disse:
-Certo che non dico davvero! Sei proprio un cretino tu! Credi sempre a tutto-
Diego rimase interdetto. Non capiva se Luca stesse scherzando o meno. Poi disse:
-Me ne devo andare?-
-No! Assolutamente! Considera che ti ho fatto entrare perché è un po di tempo che non guardo in faccia uno stronzo, e sono curioso di sapere che che cosa vuoi. Ti ho fatto entrare per cortesia e curiosità.-
-Posso sedermi? – Disse Diego visibilmente scosso
-Che c’è? Le tue scarpe costose ti fanno male? Dimmi un po’ quante famiglie hai ammazzato per quelle scarpe e quei vestiti?-
-Ma che dici? Perché ammazzato? –
-E mi chiedi perché?-
-Senti Luca, capisco che ho sbagliato, ma dire che ho ammazzato qualcuno è proprio un’esagerazione. Su certi argomenti con te non si può proprio parlare-
-Dì un po’ stronzo! Li leggi i giornali? Oppure sfogli solo le riviste del cazzo? O le pagine sportive?-
-Certo che li leggo i giornali….ogni tanto-
-Bene! Allora leggi questo. Pensavo lo sapessi!-
-Cosa?-
-Leggi, leggi. Pensavo che fossi venuto per questo.-
Luca lesse la pagina che Diego gli aveva indicato, poi disse:
-No! Non è possibile! Ma io..io…-
-Che cosa c’entri tu?-
-Si! Cosa c’entro io?-
-Centri perché sei tu che hai aiutato il padrone a compilare la lista di proscrizione-
-La lista? Ma…-
-Non fare lo stronzo Diego. Lo sai benissimo-
-Non ho compilato nessuna lista.-
-Non lo hai fatto fisicamente, ma sei stato tu a riportare ogni giorno ciò che si diceva in ufficio. Sei stato tu a riferire per filo e per segno le convinzioni politiche di ognuno e quanto fossero attaccati all’azienda o meno. Sei stato tu a riferire chi erano i più irriducibili nel voler scioperare. Oppure no?-
-Vedi Luca…..-
-Vedi un cazzo! Io non vedo niente. Cosa devo vedere? Che cosa ci hai guadagnato a fare la spia del cazzo eh? Una promozione? Un’aumento di stipendio? Cosa? E a che prezzo!- rispose Luca indicando il giornale. Poi riprese:
-Lo sai che io ero come te, non ero coinvolto nella cessione del ramo d’azienda. Eppure ho scioperato insieme ai colleghi. Perché era giusto!-
-Lo so che era giusto!- Disse Diego abbassando gli occhi
-E allora perché l’hai fatto? Eh?-
-Perché me lo hanno chiesto. Me lo hanno ordinato. Io devo molto a quest’azienda. Mi ha permesso di crearmi una famiglia, di avere un futuro!- rispose Diego alzando il tono della voce
-Bel futuro di Merda! Il futuro del traditore e dell’assassino! Non me ne frega una beneamata mischia che te lo hanno ordinato, e lo sai perché-
-No perché?-
-Perché è una scusa del cazzo! È la scusa che usarono i nazisti alle Fosse Ardeatine, a Marzabotto, a Dachau ad Auschwitz. E’ lo scarico di responsabilità nudo e crudo. E’ l’incapacità di dire: “ sono stato una merda”. Non si eseguono gli ordini sbagliati.-
-Gli ordini sono fatti per essere eseguiti. Chi sei tu per dire che sono sbagliati o meno? Non pensi che ci sarebbe l’anarchia a discutere ogni ordine? Perché cosi’ si rischia che tutti sembrino sbagliati!- Rispose Luca con improvviso vigore.
-L’anarchia? L’anarchia? L’anarchia sarebbe discutere gli ordini su questioni di carattere tecnico, ma non etico. La discussione di un’ordine sbagliato eticamente non è anarchia, è civiltà. Non si spara sui bambini è civiltà. Non si spara sui civili è civiltà. Non si mettono le persone nei forni è civiltà. Non si permette di licenziare un collega per delle idee espresse in modo legittimo è civiltà.-
-Non siete stati licenziati. Siete stati ceduti ad un’altra azienda-
-Che dopo tre mesi ha chiuso le sedi in Italia e se ne è andata all’estero… e noi ci siamo attaccati a questo!!!- disse Luca portandosi le mani all’altezza del pube. Poi riprese:
- Comunque ormai non me la prendo più tanto. Mi rendo conto che nella vita ci sono uomini che sanno pensare alle conseguenze di ciò che fanno, altri che sanno solo dare ordini , e altri ancora nati solo ed esclusivamente per eseguirli. Di qualunque ordine si tratti. Tu vesti come un principe, ma sei più schiavo di qualunque servo che sia vissuto nel corso dei secoli. Adesso vattene, non voglio più parlare con te-
Diego voltò le spalle e uscì di casa. Era andato a trovare il suo ex collega solo per dirgli che aveva avuto ragione a non fidarsi delle promesse dell’azienda. Avrebbe dovuto dirgli che alla fine anche lui era stato ceduto da pochi giorni, e che forse, se avesse avuto il coraggio di lottare ora avrebbe sicuramente meno amarezza. Forse era venuto a dirgli che in fin dei conti era stato sempre e solo un burattino, perché così gli era stato insegnato dal padre. Solo eseguire gli ordini. Non bisognava deludere la Famiglia, la Maestra, il Professore, il Tenente o il Capoufficio. Ormai non c’era più bisogno di dire nulla di tutto ciò. Uscì in strada e si allontanò da quella casa dove fino a qualche giorno prima viveva una famiglia e ora era abitata solo da un fantasma. Ripensò al titolo letto sul giornale:
“Omicidio suicidio a Roma, impiegato perde il lavoro e stermina tutta la famiglia. In una lettera ai genitori spiega il folle gesto”.
Il citofono trillò e dalla cornetta uscì il suono di una voce familiare:
-Luca! sono Diego. Posso venire da te?-
L’uomo che era all’altro capo dell’apparecchio non rispose, schiacciò il pulsante e il portone si aprì.
-Ciao Diego- disse l’uomo in tuta e con la barba lunga da giorni, affacciandosi dall’uscio del suo appartamento al piano terra.
-Ciao Luca. Come stai?- rispose l’uomo che entrava sfoderando il suo sorriso da uomo vincente.
-Entra!- rispose l'altro. Quindi la porta si richiuse alle loro spalle.
-Ti trovo bene Luca. Sono contento che tu mi abbia fatto entrare- disse Diego togliendosi il suo cappotto elegante e lasciando trasparire un costoso completo antrace.
-Mi fa sempre piacere ricevere visite. Non mi aspettavo fossi tu, ma ho piacere lo stesso- disse Luca con convinzione
-Dici davvero?- Rispose Diego
L'altro rimase in silenzio, poi disse:
-Certo che non dico davvero! Sei proprio un cretino tu! Credi sempre a tutto-
Diego rimase interdetto. Non capiva se Luca stesse scherzando o meno. Poi disse:
-Me ne devo andare?-
-No! Assolutamente! Considera che ti ho fatto entrare perché è un po di tempo che non guardo in faccia uno stronzo, e sono curioso di sapere che che cosa vuoi. Ti ho fatto entrare per cortesia e curiosità.-
-Posso sedermi? – Disse Diego visibilmente scosso
-Che c’è? Le tue scarpe costose ti fanno male? Dimmi un po’ quante famiglie hai ammazzato per quelle scarpe e quei vestiti?-
-Ma che dici? Perché ammazzato? –
-E mi chiedi perché?-
-Senti Luca, capisco che ho sbagliato, ma dire che ho ammazzato qualcuno è proprio un’esagerazione. Su certi argomenti con te non si può proprio parlare-
-Dì un po’ stronzo! Li leggi i giornali? Oppure sfogli solo le riviste del cazzo? O le pagine sportive?-
-Certo che li leggo i giornali….ogni tanto-
-Bene! Allora leggi questo. Pensavo lo sapessi!-
-Cosa?-
-Leggi, leggi. Pensavo che fossi venuto per questo.-
Luca lesse la pagina che Diego gli aveva indicato, poi disse:
-No! Non è possibile! Ma io..io…-
-Che cosa c’entri tu?-
-Si! Cosa c’entro io?-
-Centri perché sei tu che hai aiutato il padrone a compilare la lista di proscrizione-
-La lista? Ma…-
-Non fare lo stronzo Diego. Lo sai benissimo-
-Non ho compilato nessuna lista.-
-Non lo hai fatto fisicamente, ma sei stato tu a riportare ogni giorno ciò che si diceva in ufficio. Sei stato tu a riferire per filo e per segno le convinzioni politiche di ognuno e quanto fossero attaccati all’azienda o meno. Sei stato tu a riferire chi erano i più irriducibili nel voler scioperare. Oppure no?-
-Vedi Luca…..-
-Vedi un cazzo! Io non vedo niente. Cosa devo vedere? Che cosa ci hai guadagnato a fare la spia del cazzo eh? Una promozione? Un’aumento di stipendio? Cosa? E a che prezzo!- rispose Luca indicando il giornale. Poi riprese:
-Lo sai che io ero come te, non ero coinvolto nella cessione del ramo d’azienda. Eppure ho scioperato insieme ai colleghi. Perché era giusto!-
-Lo so che era giusto!- Disse Diego abbassando gli occhi
-E allora perché l’hai fatto? Eh?-
-Perché me lo hanno chiesto. Me lo hanno ordinato. Io devo molto a quest’azienda. Mi ha permesso di crearmi una famiglia, di avere un futuro!- rispose Diego alzando il tono della voce
-Bel futuro di Merda! Il futuro del traditore e dell’assassino! Non me ne frega una beneamata mischia che te lo hanno ordinato, e lo sai perché-
-No perché?-
-Perché è una scusa del cazzo! È la scusa che usarono i nazisti alle Fosse Ardeatine, a Marzabotto, a Dachau ad Auschwitz. E’ lo scarico di responsabilità nudo e crudo. E’ l’incapacità di dire: “ sono stato una merda”. Non si eseguono gli ordini sbagliati.-
-Gli ordini sono fatti per essere eseguiti. Chi sei tu per dire che sono sbagliati o meno? Non pensi che ci sarebbe l’anarchia a discutere ogni ordine? Perché cosi’ si rischia che tutti sembrino sbagliati!- Rispose Luca con improvviso vigore.
-L’anarchia? L’anarchia? L’anarchia sarebbe discutere gli ordini su questioni di carattere tecnico, ma non etico. La discussione di un’ordine sbagliato eticamente non è anarchia, è civiltà. Non si spara sui bambini è civiltà. Non si spara sui civili è civiltà. Non si mettono le persone nei forni è civiltà. Non si permette di licenziare un collega per delle idee espresse in modo legittimo è civiltà.-
-Non siete stati licenziati. Siete stati ceduti ad un’altra azienda-
-Che dopo tre mesi ha chiuso le sedi in Italia e se ne è andata all’estero… e noi ci siamo attaccati a questo!!!- disse Luca portandosi le mani all’altezza del pube. Poi riprese:
- Comunque ormai non me la prendo più tanto. Mi rendo conto che nella vita ci sono uomini che sanno pensare alle conseguenze di ciò che fanno, altri che sanno solo dare ordini , e altri ancora nati solo ed esclusivamente per eseguirli. Di qualunque ordine si tratti. Tu vesti come un principe, ma sei più schiavo di qualunque servo che sia vissuto nel corso dei secoli. Adesso vattene, non voglio più parlare con te-
Diego voltò le spalle e uscì di casa. Era andato a trovare il suo ex collega solo per dirgli che aveva avuto ragione a non fidarsi delle promesse dell’azienda. Avrebbe dovuto dirgli che alla fine anche lui era stato ceduto da pochi giorni, e che forse, se avesse avuto il coraggio di lottare ora avrebbe sicuramente meno amarezza. Forse era venuto a dirgli che in fin dei conti era stato sempre e solo un burattino, perché così gli era stato insegnato dal padre. Solo eseguire gli ordini. Non bisognava deludere la Famiglia, la Maestra, il Professore, il Tenente o il Capoufficio. Ormai non c’era più bisogno di dire nulla di tutto ciò. Uscì in strada e si allontanò da quella casa dove fino a qualche giorno prima viveva una famiglia e ora era abitata solo da un fantasma. Ripensò al titolo letto sul giornale:
“Omicidio suicidio a Roma, impiegato perde il lavoro e stermina tutta la famiglia. In una lettera ai genitori spiega il folle gesto”.
sabato 15 dicembre 2007
Sediamoci a scrivere
Sediamoci un minuto e prendiamoci il tempo per scrivere. Forse alcuni di noi l'avranno già fatto e sono in cerca di uno spazio per poter pubblicare le proprie storie. Nel mio piccolo ho deciso di creare questo Blog per permettere a chiunque voglia di inviarmi le sue e poterle inserire in questi spazi. Confesso di non avere molta esperienza con i blog, quindi mi ci vorrà un po di tempo per pubblicare, spero comunque che qualcuno voglia condividere con me questa esperienza.
La foto in intestazione è stata fatta quest'estate nell'isola greca di Hyos e mi sembra un'ottimo scenario per uno spazio dove ci si deve solo sedere ed iniziare a scrivere.
A breve posterò qualcuno dei racconti che ho scritto in passato. Prima di salutarvi vi devo avvertire che la scelta di pubblicare o meno i racconti ricevuti è a mio insindacabile giudizio.
Un saluto e a presto
La foto in intestazione è stata fatta quest'estate nell'isola greca di Hyos e mi sembra un'ottimo scenario per uno spazio dove ci si deve solo sedere ed iniziare a scrivere.
A breve posterò qualcuno dei racconti che ho scritto in passato. Prima di salutarvi vi devo avvertire che la scelta di pubblicare o meno i racconti ricevuti è a mio insindacabile giudizio.
Un saluto e a presto
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