giovedì 25 giugno 2009

Intervista con la Storia (1)

di Fabio Bertinetti


Finalmente siamo riusciti ad ottenere un intervista con il personaggio del momento. Siamo qui in compagnia di Raimondo Farese, il protagonista di due romanzi.
-Buongiorno Raimondo-
-Buongiorno a voi, come state?-
-Bene, grazie. Iniziamo innanzitutto con il presentarci ai lettori e…. posso darti del Tu?-
-Normalmente non sono così pronto nel permettere tanta confidenza. Penso che il rispetto derivi soprattutto dalle formule e nel non dare per scontato che un’eccessiva confidenza possa far piacere a chi lo riceve. Premesso ciò vi accordo il permesso. In fin dei conti siete il mio creatore ed ho intenzione di mostrarvi la mia gratitudine in questo modo.-
-Bene! E allora presentati al lettore. Raccontaci chi sei e cosa hai fatto-
-Il mio nome lo conoscete già tutti, ma non la mia data di nascita. Sono nato a Roma moltissimo tempo fa: il 16 dicembre del 1490. Secondo il vostro oroscopo sono del sagittario, mezzo uomo e mezzo cavallo. Nell’antichità classica avrebbero detto un centauro, ma penso che il nome derivi dalla caratteristica di scagliare frecce. I Sagittarii erano gli arcieri dell’antica Roma. Truppe ausiliare non legioni.-
-Quindi hai 519 anni!-
-518! Per ora. Anche se a quest’età anno più ed anno meno fa poca differenza.-
-Sei ancora qui con noi, ma un giorno morirai anche tu?-
-E’ complicato rispondere a questa domanda. Verrebbe spontaneo dire che in quanto mio creatore dovreste essere voi a decidere, ma non so se sia una risposta corretta.-
-Perché?-
-Perché il personaggio di un libro è sempre immortale. Specialmente se è di fantasia come lo sono io. Potrei dire che la mia immortalità è direttamente proporzionale al numero di lettori che avrò nel corso del tempo. E in un certo senso anche la Vostra, come scrittore.-
-Quindi se io decidessi della tua morte, realmente sarebbe una finzione. Sarebbe più finzione la tua morte che non la tua creazione?-
-In un certo senso si! Comunque entrerò nell’immaginario del lettore a prescindere. Non sarà la mia morte a cancellarmi dalla sua memoria, quindi….-
-La tua creazione sarà reale mentre la tua morte no!-
-Mi piace pensare che sia così-
-Bene Raimondo! Ora raccontaci che cosa hai fatto in tutti questi anni-
-Ho vissuto il cinquecento. Quello che poi è stato definito il rinascimento Italiano: un periodo complesso, pieno di contraddizioni, guerre , intrighi e macchinazioni, tentativi di egemonizzare l’Europa.-
-E chi ha vinto poi?-
-Nel cinquecento nessuno. E neanche nei secoli successivi. La storia si è ripetuta fino al secolo scorso, quando gli Europei si sono stancati di massacrarsi a vicenda.-
-E tu da uomo del cinquecento come hai vissuto il tuo periodo?-
-Da protagonista, anche se sui libri di storia non ci sono finito.-
-Allora eri un gregario! Un non protagonista!-
-Non direi! La storia la facciamo tutti i giorni. Sui libri finiscono solo alcuni dei personaggi, ma in quanto esseri umani , in grado di intrattenere relazioni ,sono sicuramente stati influenzati da qualcuno. Preferisco pensare che una semplice interazione con una persona possa essere determinante nelle scelte che questa compie nei suoi successivi momenti di vita.-
-E tu chi hai influenzato? In cosa pensi di essere stato determinante?-
-Nel primo romanzo mi hai catapultato nel mezzo dei preparativi per la disfida di Barletta. Ettore Fieramosca può essere stato influenzato dalla mia presenza, dai miei racconti e suggerimenti. Lo stesso può essere successo per Messer Prospero Colonna. La stessa mia presenza a Barletta gli ha suggerito delle azioni che hanno poi preservato la sfida. Ricordi i contrasti tra Messer Colonna e Don Consalvo De Cordoba?-
-Si, li ricordo, ma quella è finzione!-
-Io preferirei considerarli degli esempi. –
-Spiegati meglio Raimondo-
-Un Romanzo storico è finzione, si, ma se è verosimile è un esempio. Non tanto di cosa sarebbe potuto succedere, ma di quello che potrebbe succedere in circostanze simili.-
-Quindi sei un fautore dello studio della storia per comprendere il futuro-
-Si! I meccanismi che regolano le scelte delle persone, gli eventi, i desideri, sono sempre gli stessi. Se la storia è verosimile è sufficiente contestualizzarla nel periodo attuale.-
-In questo modo si avrebbe la possibilità di vivere un deja vù?-
-Esatto! Compresi alcuni meccanismi li si può trasportare “ a spasso” nel tempo. L’importante è mantenere le dovute proporzioni. Un cavallo non sarà tale nel 2009, ma sarà un’automobile. Una spada sarà una pistola. Un duello, magari, una gara sportiva pregna di significato politico. Il gioco di potere che poi vi è alle spalle è spesso e volentieri invariato.-
- Fammi un esempio di ciò che può essere attualizzato. Parlami di un fenomeno che hai vissuto che può essere traslato ad oggi.-
-Il secolo nel quale vivete è caratterizzato dalla paura. Anche il precedente lo era e dopo quelle guerre gigantesche, che hanno incendiato tutto il mondo, è stata solo la paura a permettere al potere di mantenersi. Si è passato dalla paura dell’invasione Sovietica alla paura per il terrorismo internazionale. Ogni stato, nel suo piccolo, ha poi mantenuto dei fenomeni di terrorismo locale che ne hanno puntellato le leadership.
-Che cosa doveva temere il potere? Per quale motivo sono stati messi in moto simili meccanismi?-
-Il potere non ha timore di un qualche cosa di specifico. Ha paura di tutto perché ha tutto da perdere: Ha paura delle idee, ha paura delle novità ha paura del confronto, ha paura della critica e delle osservazioni. Il potere ha necessità, sostanzialmente, che le cose rimangano come sono, che il mondo non si evolva.-
-Ma il mondo non può smettere di evolversi! E’ la storia-
- E infatti lo fa, ma ai comodi del potere. Le tecnologie che servono si tengono, quelle che non servono o che potrebbero creare troppo squilibri si ignorano. E lo stesso vale per le idee. –
-Allora citami un evento storico che abbia un parallelismo con la vita di oggi-
-La paura del divino ha alimentato meccanismi che hanno arricchito il potere. L’utilizzo della religione come bastone o come carota ha permesso la nascita e la crescita del potere temporale della chiesa. Le masse ignoranti si affidavano alla preghiera, alla confessione fino ad arrivare all’acquisto delle indulgenze. Ciò ha permesso alla chiesa Romana di mantenere lo sfarzo, il lusso ed il potere. Il problema è che di tutto ciò ne hanno goduto solo in pochi. Innanzitutto geograficamente parlando, solo il centro ha tratto benefici da questo fiume di denaro. In secondo luogo solo un’elite di persone ha realmente gestito la ricchezza. Il ciabattino Romano o il mercante Fiorentino sono stati raggiunti dall’indotto di tale giro di soldi, ma il contadino tedesco o il mercante fiammingo (la periferia quindi) non traevano lo stesso vantaggio. E’ normale che dalle provocazioni di Lutero si sia passati in poco tempo alla nascita delle confessioni Anabattiste, Calviniste e Zwingliane. Ed è altrettanto comprensibile che da fenomeno religioso, si sia trasformato in fenomeno sociale, dando luogo a vere e proprie “rivoluzioni senza anima” come la rivolta dei contadini del 1524. In risposta a tutti questi avvenimenti la chiesa cattolica ha bollato di “eresia” tutto un complesso e giustificato meccanismo di protesta, alimentando la paura. In fin dei conti è come quando un regime odierno accusa di terrorismo un dissidente politico. A quel punto la repressione armata nei confronti suoi e dei seguaci è legittima e doverosa. In quel momento lo stato ricicla se stesso. E’ ciò che sta succedendo in Iran e che, con meccanismi più sotterranei, potrebbe succedere in qualsiasi paese ove l’informazione sia al servizio di una persona o di un gruppo ristretto.-
-Quale è il parallelismo quindi?-
-L’informazione manipolata. La chiesa influenzava le coscienze. La televisione e i giornali (ma molto più la televisione), possono creare un’ opinione artefatta, qualora venissero utilizzati in modo distorto. Dopo anni di “mala televisione” possono risultare alterati tutti i parametri necessari per farsi un’opinione. E’ una modalità subdola perché nessuno ti dice come devi pensare, è semplicemente un percorso che la tua mente intraprende pensando che sia frutto solo ed unicamente della tua coscienza. Invece è una opinione indotta, guidata.-
-Puoi fare un esempio?-
-Se per anni si impongono modelli di bellezza, successo, ferocia, prepotenza, denaro ad ogni costo a discapito della giustizia sociale e della solidarietà. Se poi l’individualismo uccide la coscienza collettiva, allora nel futuro le persone saranno programmate per pensare in una forma socialmente disgregante. E si sa che la disgregazione aiuta il potere.-
-Divide et impera!-
-Appunto!-
-Pensi che in Italia si corra qualche pericolo?-
-Penso di aver fornito il mio punto di vista. Le opinioni se le faccia il lettore-
-Hai comunque un consiglio per chi dovesse ritenere corretto ciò che hai detto?-
-Si! Leggete i libri!-
-E a chi non è d’accordo con te? Cosa aggiungi?-
-A maggior ragione….Leggete i libri. Basta un’ora di TV in meno al giorno e si possono leggere intere biblioteche.-
-Per oggi è tutto Raimondo. Grazie-
-Grazie a voi-

mercoledì 22 aprile 2009

Il Primo Inverno di Magdeline (cinque)

di Fabio Bertinetti


Magdeline era strana da alcuni giorni. Marco capiva che il primo inverno non sarebbe stato facile, ma occorreva solamente resistere: poi sarebbe arrivata la primavera. Era passato anche san valentino e le rose sul comò erano appassite in poco tempo. Molto strano. Il mazzo di rose che lui le aveva regalato aveva fatto quella fine, mentre un'altra rosa portata a casa da lei era ancora fresca e profumata.
Marco sapeva di doversi far perdonare la scenata di gelosia, ma era convinto che a lei sarebbe passata presto l'arrabbiatura. Ricordava ancora il furore provato nel vederla ballare in quel modo con uno sconosciuto, ma aveva capito che simili reazioni erano più dannose che altro.
Le si avvicinò per guardarla meglio. Magdeline lavava i piatti ed aveva un espressione tra il triste e l'impaurita.
-Posso chiederti una cosa?- disse la ragazza rompendo gli indugi
-Dime mi amor, que pasa?- chiese in spagnolo Marco
-Mi puoi descrivere tua madre? Come era fatta? E di che colore aveva i capelli? Erano corti?- chiese Magdeline con insolita curiosità. Marco rimase interdetto, non immaginava che in quel momento Magdeline potesse pensare a sua madre.
-Si! Aveva i capelli corti e neri! Perchè?-
Magdeline si asciugò le mani e prese tempo nel rispondere. Il suo volto, ora, nascondeva angoscia.
-Perchè l'ho vista!- disse la ragazza. Una pausa interruppe quel discorso surreale, quella risposta incomprensibile. Per un momento Marco pensò che la moglie si riferisse alla foto che era in camera.
-Era li sul divano qualche notte fà!- continuò Magdeline. Ora l'angoscia stava scomparendo e Marco si sentì sollevato, in un certo senso. Smise di pensare che potesse essere lui la causa dell'angoscia che trasmetteva Magdeline. Smise di pentirsi di quella scenata di gelosia.
-Mi sono alzata, per andare a bere.- continuò la ragazza -e ho visto una donna seduta sul divano.-
-E che faceva?- chiese Marco
-Nada! Non faceva nè diceva n-a-d-a. Io le ho chiesto chi fosse e lei si è alzata ed è andata verso la finestra. Poi è sparita.-
-E pensi potesse essere mia madre?-
-Era alta così - fece indicando una certa altezza con la mano -E sembrava simile alla foto.- continuò
-Avrai sognato amore. Avrai sognato-
-Non ho sognato! Ero sveglia e lo sai che posso vedere queste cose. Lo sai che sono magica. Mi sai dire se qualcuno è mai morto in questo appartamento?-
-Non lo so! Penso di no!-
-E allora era tua madre. Sai che "soy una Bruja"-
-Non so che dirti amore, ma per me hai solo sognato.-
Magdeline lo guardò fisso e poi rispose:
-Ricordi le rose che mi avevi regalato? Erano li accanto a dove è passata lei. La mattina dopo l'incontro le rose erano secche, come se fossero passati dei giorni. Quella laggiù, invece, è ancora viva; eppure ha molti più giorni delle altre. Come me lo spieghi?-
-Non lo so amore, ma per quale motivo mia madre dovrebbe seccare le rose che ti ho regalato?-
Magdeline abbassò gli occhi e rispose:
-Non lo sò- poi tornò a lavare i piatti. Aveva mentito quella sera la bella Magdeline:lei sapeva perfettamente il perchè di quella visita. La sua terra magica l'aveva abituata a simili accadimenti. Gli occidentali pensavano si trattasse di superstizioni non sapendo che a Cuba, neri e mulatti, hanno ancora un pezzetto di Africa dentro di loro. Forse fu quella sera, sommersa dai sensi di colpa, che Magdeline decise di andarsene

giovedì 1 gennaio 2009

Auguri!

Buongiorno a tutti.
Oggi nessun racconto. Volevo solo porgervi i migliori auguri per un 2009 migliore dell'anno passato, che vi sia piaciuto o meno.

Fabio

martedì 2 dicembre 2008

Eccolo!!!

Finalmente ho terminato il mio secondo romanzo. So che tutto questo scrivere mi prende troppo tempo, impedendomi di aggiornare costantemente il blog, ma fino a che ho le idee giuste per scrivere libri, penso sia meglio che mi ci dedichi.
Cliccando sul titolo verrete ridirezionati sul sito ove è possibile visualizzare il libro, gustare l'anteprima preparata per voi, ed eventualmente procedere all'acquisto. Vi ricordo che il natale si avvicina, fatevi sotto che è un ottimo regalo.

Un saluto a tutti

Fabio

lunedì 8 settembre 2008

Il primo inverno di Magdeline (4)

Non sapeva come considerarla. Non sapeva se poterla immaginare un’amica, una nemica o semplicemente la futura suocera. Per alcuni mesi Carmen era stato un riferimento chiaro, indiscutibile. Il pensiero che potesse trattarsi di una nuova madre, di un punto di riferimento era così presente nella testa di Magdeline che sembrava tangibile quanto lo sembrava la fame.
-Que Ambre!- Pensò e si ricordò di quando, discutendo del più e del meno nel tentativo di ammazzare la noia dei pomeriggi senza turisti, un’amica gli chiese:
-Ma la fame è astratta o tangibile?-
-Che domande fai a quest’ora del pomeriggio?- fu la risposta di Magdeline. Risposta di comodo, evidentemente, ma da quel giorno in poi il pensiero che la fame potesse essere tangibile anche se non si poteva vedere o toccare, le rimase dentro.
Ora era li a guardare la Carmen che beveva e cantava, accennando anche dei passi di salsa. La Carmen con quel pancione ridicolo e i seni che le arrivavano fin quasi all’ombelico. La Carmen una donna che aveva cinquanta anni, ma ne dimostrava almeno 20 in più. Anche per quel motivo aveva accettato le avances di quel ragazzo Italiano che Carmen gli aveva praticamente buttato addosso. Non voleva diventare come lei, Magdeline avrebbe voluto una famiglia, ma non li non a Cuba. Non poteva pensare di vedersi tra 20 o 30 anni con pochi denti, una pancia enorme, a bere birra e a mangiare fino a scoppiare e a rallegrarsi perché il proprio figlio aveva ingannato una turista Spagnola ed era riuscito a convincerla a sposarlo. Oscar, il figlio di Carmen, il suo Oscar, il suo fidanzato, il suo amante più focoso e più rimpianto tra tutti quegli uomini che Magdeline aveva avuto. Beveva e pensava, pensava e beveva. Rideva, anche. Un riso amaro ma ben simulato. Marco ogni tanto le si avvicinava e la baciava. Quel ragazzo che le aveva rimediato la Carmen sembrava fosse una sconfitta, un contentino per la perdita che le aveva imposto, Magdeline, però, aveva tutta l’intenzione di trasformarla in una vittoria. Si alzò dai gradini ove era sistemata, con il grande piatto in mano, piendo di carne di maiale, pomodori, cipolla, riso e fagioli. Un piatto così grosso che si faceva fatica anche a mangiarlo con gli occhi. Iniziò a ballare Magdeline, sinuosa e sensuale strofinandosi su Marco quanto poteva. Quanto ben di Dio quel giorno in quella casa, quanto ben di Dio in quella “fiesta de la Mujher”. Quell’ 8 marzo del 2001 Marco, sottovoce, le annunciò che l’avrebbe portata con sè. Magdeline non volle crederci, complice l’alcool si sentì la testa leggera, la vista annebbiata. Fu un momento, poi l’allegria, quella vera, contagiò anche lei. La stronza di Spagnola le stava portando via Oscar, lei sarebbe scappata da Cuba con Marco. Anche Oscar avrebbe sofferto, anche lui avrebbe provato lo stesso dolore che il cinismo e la convenienza le avevano infilato nel cuore.

sabato 30 agosto 2008

Il Viaggio di Raimondo Capitolo I

I
Capua 22 Luglio 1501

La vista dal bastione era la stessa da cinque giorni: circa trentacinquemila uomini al comando del Generale Bernard D’Aubigny avevano posto il campo a circa un miglio dalle mura e stavano assediando la città. Il Capitano Prospero Colonna guardava preoccupato lo spettacolo imponente e cercava un punto debole nello schieramento nemico utile ad una sortita notturna.
-Capitano Colonna!-
Il grande Condottiero si girò di scatto, allarmato dal tono di voce di chi lo chiamava.
-Che succede?- rispose con voce talmente forte da arrivare chiaramente alla base del bastione.
-E’ arrivato un messo con una missiva per voi –
-Un messo? Buon dio! Come avrà fatto a passare oltre le forze Francesi?-
Il soldato rispose:
-Correva come se avesse l’inferno alle spalle. È entrato dalla porta che guarda a sud. Era inseguito, ma il Fieramosca ha fatto lanciare i balestrieri che hanno colpito un cavaliere Francese. Gli altri temendo per la vita, hanno desistito dall’inseguire.-
-Bene! Vengo a vedere – disse il Colonna accingendosi a scendere dal bastione.
Il messaggero era smontato da cavallo ed in ginocchio beveva da un vaso. Appena vide il Comandante del presidio si alzò in piedi e restituì il vaso ormai vuoto al soldato che gliel’aveva consegnato.
-Hai una lettera per me?- disse laconico il Colonna
-Ecco a lei Capitano- rispose ossequioso il soldato. Prospero prese la lettera e guardò con attenzione il messaggero; vide che era poco più che un ragazzo.
-Come ti chiami soldato?-
-Ubaldo Gregari , signore-
- Sei giovane! quanti anni hai?-
-Abbastanza per non farmi prendere dai Francesi, Capitano- rispose il ragazzo con orgoglio, e poi sorrise.
Prospero gli diede una pacca tra collo e spalla, poi diede ordine ad uno dei soldati di rifocillarlo. Lo osservò per un poco mentre, accompagnato dal soldato, si dirigeva verso le cucine con passo stanco, poi ruppe il sigillo e aprì la lettera.
Rimase impassibile, anche se l’ordine che era arrivato non gli piaceva affatto. Si diresse quindi verso quello che era diventato il quartier Generale e diede ordine di convocare i propri capitani.
Una volta arrivato nella stanza momentaneamente vuota, si sedette su una sedia di legno e rilesse la lettera come per essere sicuro degli ordini ricevuti. Di lì a poco arrivarono Il conte di Caiazzo, Ettore e Guido Fieramosca, Ettore Giovenale e Il cugino Fabrizio Colonna, Gran Connestabile del regno di Napoli. Prospero guardò il cugino e gli porse la lettera che aveva appena ricevuto. Nel silenzio Generale Fabrizio lesse con molta attenzione e con estrema sicurezza esclamò:
-Ci arrendiamo!- e rimase in silenzio a guardare i capitani. Dopo pochi secondi una serie di osservazioni tempestarono i Colonna, e il vociare divenne sempre più incomprensibile: si parlava di pazzia, di disonore, e tutti erano increduli di una simile scelta. Prospero allora prese la lettera del Re, dalle mani del cugino e la gettò sul tavolo.
-Ci dobbiamo arrendere, è un ordine del Re in persona!- tuonò.
Dopo una pausa riprese a parlare:
-Ordina di consegnare la città e di ritirarci a Napoli. Ha necessità di una forza militare intatta per difendersi dai baroni che gli sono ostili. Senza considerare poi la minaccia dei Turchi. L’ordine è chiaro e non va né discusso nè negoziato. Vi ho voluto avvertire per rispetto di come durante questi giorni mi avete servito e per come avete difeso le mura dall’assalto Francese. Avrei voluto permettervi più gloria, ma non è più possibile. Come sapete il mio intendimento era quello di costringerli ad un altro assalto o a smontare le tende e togliere l’assedio, ma dobbiamo attenerci a quanto ci è stato ordinato!-
-Proviamoci Capitano – disse uno dei Fieramosca.
-Non è negoziabile Messer Fieramosca. So che i suoi balestrieri farebbero strage dei Francesi, come so che il Capitano Giovenale, il vostro fratello Ettore, e tutti gli altri cavalieri, caricherebbero volentieri e a più riprese i Francesi, ma questi sono gli ordini. Sono figli di un calcolo politico che a noi non compete discutere.

Fabrizio riprese la parola:
- Domani mattina io, Prospero e il Conte di Caiazzo tratteremo i termini della resa. Per voi e per tutti i tremila difensori ci sarà la salvezza a Napoli.-
-Ma non ci sarà l’onore!- Rispose Ettore Fieramosca guardando con aria di sfida il Capitano. Prospero impassibile gli rispose:
-I vostri ventisei anni vi spingono all’azione, i miei quarantanove mi spingono alla ragione e all’obbedienza Capitano. Così sara!-
Fece un cenno di intesa a Fabrizio, che ricambiò, poi i due Colonna e il Conte di Caiazzo uscirono dalla stanza.

Il sole di luglio era alto nel cielo, e nel campo Francese la calura costringeva i più a rifugiarsi dentro i padiglioni. Fuori c’erano solo i soldati sufficienti per la guardia. L’atmosfera era funerea: la cocente sconfitta subita i giorni precedenti, aveva reso i soldati poco fiduciosi in una rapida soluzione dell’assedio. Le consistenti perdite subite, davano la certezza di dover attendere l’arrivo delle artiglierie per poter smantellare pezzo per pezzo le mura. Solo dopo il crollo dei bastioni l’assalto sarebbe stato possibile. Vitellozzo Vitelli, uomo di fiducia del Duca Valentino calpestava la terra ancora intrisa dal sangue dei feriti che solo tre giorni prima giacevano a centinaia in attesa delle cure dei medici. Vitellozzo zoppicava vistosamente colpito alla coscia da una delle tante “quadrella” che erano piovute sulle schiere Francesi. Il Vitelli era consapevole di essere stato fortunato: lui era stato ferito ad una gamba, gli altri tre comandanti dell’assalto avevano perso la vita crivellati dai dardi.
Vitellozzo entrò nella tenda del Duca dopo essersi annunciato a voce, trovandovi il Valentino in piedi e in procinto di indossare le vesti. Stesa sul giaciglio c’era una ragazza di neanche vent’anni: una delle tante prostitute al seguito degli eserciti in cerca di un occasione per sopravvivere.
-Si sono accordati Cesare- Disse il Vitelli non facendo caso più del dovuto alla presenza femminile.
Cesare Borgia, Duca di Gandìa e di Valentinois, ex cardinale e figlio del Papa Alessandro VI, fece cenno alla ragazza di uscire, attese il tempo necessario e poi rispose:
-Quali sono i termini?-
-D’Aubigny ha chiesto 80000 ducati, ma alla fine si sono accordati per la metà –
-Quarantamila ducati? Bene bravo D’Aubigny che giunge a patti senza interpellarmi. E a quando il lieto evento? –
-Domani nel primo pomeriggio si presenteranno alla porta principale con il denaro e noi lasceremo andare tutti gli uomini di Prospero Colonna.
Non torcemo un capello agli abitanti di Capua-
-Noi?- Rispose il Borgia alzando la voce :
-Io non ho preso accordi con nessuno! Non giungo a patti con i Colonna, - specie quando ho già in mano la città.-
-E allora? che volete fare Duca?-
-Ho due terzi delle forze ai miei ordini e non ho alcuna intenzione di lasciare al D’Aubigny una città che per accordi con il re di Francia doveva essere mia. Se le città non cadono con gli assalti, o non muoiono con gli assedi, come si fa?- Disse il Valentino con fare retorico
Con le artiglierie? – Rispose il Vitelli dubitando che la risposta potesse essere così semplice.
C’e una quarta via per prendere una città- Rispose il Duca con un sorriso enigmatico uscendo dalla tenda.

Fabrizio Ridolfi era l’ufficiale più alto in grado e in quel momento presidiava le mura. Ormai mancavano solo un paio di ore al momento della resa. Le forze colonnesi sarebbero uscite dalla porta che dava verso Sud, mentre i Francesi, con il D’Aubigny, sarebbero entrati dalla porta nord e avrebbero preso possesso della città in nome di Luigi XII re di Francia. Il Ridolfi osservava le forze Francesi che si avvicinavano alla porta. Oltre al D’Aubigny nelle prime file si trovava anche il Borgia in sella al proprio cavallo. Nella città le forze colonnesi si erano già radunate e attendevano solamente l’ordine di mettersi in marcia verso Napoli. Cesare Borgia aveva un particolarmente in odio sia i Colonna, fieri oppositori del padre, che il re Federico. Capua sembrava un’occasione d’oro per vendicarsi del re di Napoli e per punire i Colonna responsabili delle continue interferenze allo strapotere papale.
Dai bastioni Fabrizio Ridolfi riusciva a vedere il volto del Valentino: un volto orribile deturpato da quella malattia venerea che i Francesi chiamavano “male Italiano” e gli italiani “male Francese”. Ad un cenno del Duca, il Ridolfi assentì, gettò con decisione ciò che rimaneva della mela che stava mangiando, e si diresse verso gli uomini di guardia alla porta. Estrasse un pugnale e lo conficcò nella nuca di uno dei soldati che la presidiavano: era il segnale per l’inizio della strage; gli altri cinque uomini che lo seguivano, estrassero le spade e colpirono i restanti tre. Le grida degli uomini non riuscirono a raggiungere i soldati riuniti nella piazza, tanto erano distanti, e sulle mura non c’erano altri che gli uomini fedeli al Ridolfi. Le porte vennero aperte e nello stupore del D’Aubigny, gli uomini del Borgia si precipitarono all’interno con impeto ma in assoluto silenzio. Il Generale Francese gridò:
-Che succede? Chi vi ha dato l’ordine? Fermi!!- ma subito si accorse che anche i propri uomini si infilarono nel varco. In breve, chi per spirito di emulazione, chi per paura di non trovare nulla da saccheggiare, Francesi e Italiani irruppero nella città e iniziarono la strage. I colonnesi videro le forze nemiche avanzare dentro la città come l’ondata di un fiume in piena e non ebbero il tempo nè la presenza di spirito per reagire.
In poche ore più di duemila uomini vennero massacrati, le donne violentate e tutto ciò che poteva essere preso, finì nelle mani delle forze del Duca. Solo chi poteva garantire un riscatto venne tenuto in vita: I Fieramosca, il conte di Caiazzo, i due Colonna e pochi altri capitani. Il Borgia ebbe la meglio opponendo alla perizia e all’onestà dei suoi nemici, inganno e crudeltà.
Cesare entrò nell’ alloggio che era stato dei cugini Colonna e che ora era diventato la loro prigione. I due Erano guardati a vista da otto soldati .ed erano stati disarmati e spogliati delle armature che indossavano al momento della cattura. Quella di Prospero era lucida quasi da potersi specchiare e aveva degli intarsi in oro di eccellente fattura che lo rendevano sempre riconoscibile anche nelle fasi più convulse di una battaglia. Ora però giaceva in un angolo della stanza; Il duca si soffermò davanti a Prospero e sorrise soddisfatto. In quel momento gli si accostò il fedele Vitellozzo che guardò i due cugini, ma che non riuscì a sostenere lo sguardo fiero di Prospero. Il duca lo salvò dall’ imbarazzo del silenzio esclamando:
-Hai capito la quarta via?-
-L’inganno? – rispose il Vitelli, preferendo guardare il viso deturpato del Valentino che lo sguardo insostenibile del Colonna
- Inganno? Oh no! Che brutto termine- disse fingendo disappunto e continuò :
- Preferisco chiamarlo sotterfugio: e’ quell’ operato di intelligenza che ti permette di vincere le battaglie senza combattere, di sconfiggere il nemico senza perdere un uomo ed essere così pronto per un altro scontro già il giorno dopo. Il massimo risultato con il minimo sforzo.-
Il Borgia disse tutto ciò con la stessa calma e convinzione di un maestro che insegna ad un allievo. Era estremamente soddisfatto dei risultati conseguiti: aveva preso Capua, catturato i Colonna e ridotto all’impotenza Re Federico. Era riuscito anche a placare l’ira del Generale D’Aubigny. Il Francese, si era sentito scavalcato dalla decisione unilaterale del Borgia di usare dei traditori per entrare in città; visto che lui stesso aveva dato la propria parola ai Colonna che avrebbero avuto via libera per Napoli. Cesare, però ,lo placò sottolineando gli enormi guadagni che il saccheggio della città aveva fruttato.
Per se il Duca aveva riservato unicamente la soddisfazione della vendetta, la città di Capua, e il riscatto che i Colonna, e i Fieramosca avrebbero pagato per la propria liberta. Cesare Borgia uscì dall’alloggio con un ghigno di infinita soddisfazione che, insieme ai segni della malattia, donavano al viso un’aria malvagia. Si soffermò su un ballatoio che affacciava sulla città ,ammirando la sua più recente e meno faticosa conquista. Il ghigno si trasformò in risata. Eh si, quello era proprio un gran giorno!

mercoledì 20 agosto 2008

Il nostro futuro

Articolo (vero) del TgCom 20/08/2008

Figlio comunista tolto a madre

Tribunale Catania: gruppo di estremisti

Un adolescente catanese è stato tolto alla madre e affidato al padre perché è un militante di Rifondazione comunista. Polemiche per la decisione del Tribunale etneo che, tra le motivazioni del provvedimento, ha sottolineato l'appartenenza politica del ragazzo. Per i giudici e per gli assistenti sociali il 16enne frequenta un gruppo di "estremisti". Protesta la sinistra: "E' una caccia alla streghe".
La madre, racconta "Repubblica", secondo i giudici non saprebbe badare all'educazione del figlio. Il giovanotto in questione frequenta un luogo dove "è diffuso l'uso di sostanze alcoliche e psicotrope", vale a dire dove si beve alcol e si fumano spinelli. Il 16enne, racconta la donna, sotto pressione per la separazione tra i genitori, non andrebbe punito per quella che è una sua passione, la politica.Nell'ordinanza del Tribunale si rimprovera, di fatto, alla madre di non prendersi abbastanza cura del figlio. Come anche di aver nascosto al marito, a cui sarà affidato anche l'altro fratellino, le frequenti assenze del figlio maggiore a scuola e una serie "di mancati rientri a casa".


Articolo (finto) del TgCom del 20/08/2013


Liberato minorenne da tentativo di plagio

Tribunale Catania: gruppo di estremisti


Un piccolo, indifeso ragazzo di 16 anni, catanese, e’ stato tolto alla madre e affidato al buon papa’ perche’ rischiava di trasformarsi in un pericoloso terrorista. Le solite stupide e sterili polemiche per la decisione salomonica del Tribunale etneo che, tra le motivazioni del provvedimento, ha sottolineato la pericolosa appartenenza politica del ragazzo. Per i giudici e gli assistenti sociali la giovane creatura frequenta un gruppo di “estremisti”. Protestano i soliti rompicoglioni: “E’ una caccia alle streghe”.

La madre, racconta “Repubblica”, secondo i giudici non saprebbe badare all’educazione del figlio. Il giovanotto in questione frequenta un luogo dove “e’ diffuso l’uso di sostanze alcoliche e psicotrope”, vale a dire dove si beve alcol e si fumano spinelli. Il 16enne, racconta addirittura la donna, sotto pressione per la separazione dei genitori, non andrebbe punito per quella che e’ una sua passione, la politica.

Nell'ordinanza del Tribunale si rimprovera, di fatto, alla madre di non prendersi abbastanza cura del figlio. Come anche di aver nascosto al marito, a cui sarà affidato anche l'altro fratellino, le frequenti assenze del figlio maggiore a scuola e una serie "di mancati rientri a casa". Siamo alle solite: la pericolosissima cultura sinistroide italiana (ereditata da quel movimento eversivo di massa che era il ’68) tenta ogni giorno di condizionare i giovani del nostro paese adducendoli allo sballo e all’alterazione degli stati di coscienza. Non sarebbe invece meglio che rimanessero davanti alla TV tutto il giorno, tentando di apprendere direttamente dal seno della vita, il giusto e lo sbagliato del mondo? Non sarebbe invece meglio indurli, la domenica, a santificare le feste da buoni ed osservanti cristiani? Sara’ forse la tendenza anarcoide della gente del sud (terroni) che li porta ad allontanarsi dalla retta via? La risposta e’si a tutte le domande. Li vedete i ragazzi delle provincie Padane? Che non si drogano mai, Bevono solo succhi di frutta e passano le giornate a tentare di mettere in pratica tutto cio’ che dalla TV apprendono? Quelli si che sono dei ragazzi felici, sempre con il soldo in tasca pronti ad aiutare il prossimo facendogli fare un giro sulla loro macchina nuova e prestante, e sempre pronti a dare consigli su come apparire meglio e come essere piu’ furbi. Che rovina questo paese con i comunisti.